di Mille

2025TAIGA

A cura di Daniele Farina

Dopo l’EP Quanti me ne dai, uscito nel 2023, Mille ha finalmente rilasciato Risorgimento, il suo disco d’esordio. Dieci tracce che raccontano di una risurrezione personale, di un letterale risorgere da un primordiale accumulo di cenere.

“Un disco che parla di rinascite, battaglie intime, voglia di libertà. Dentro ci sono amori, paure, desideri, cicatrici e cure. C’è un cuore rock, punk, c’è ironia e malinconia. Ci sono io, spudorata. Un viaggio dentro il presente, con la voglia feroce di costruire qualcosa di nuovo”, così Mille ha annunciato e descritto questo album, che, a ben vedere, è molto di più: è tutto di più. 

L’idea centrale di Risorgimento funziona come una potentissima premessa: la parola evoca, nel medesimo istante, la grande storia (l’Unità, la lotta, la rinascita collettiva) e una ritualità privata, e quasi intrinseca, del ricominciare. Su questo duplice registro – pubblico e privato – sembra annodarsi il fulcro del progetto: quell’instabile, eppure così vitale, equilibrio tra grandiosità retorica e confessione sottilissima. 

È un terreno più che fertile per la canzone contemporanea, poiché permette all’autrice di giocare con il linguaggio politico senza perdere la voce personale; ma è anche un rischio, incombente, che Mille ha però deciso di correre, schivandolo: il simbolismo nazionale sarebbe potuto scivolare velocemente nel clichè, nel già detto, se non fosse stato continuamente rianimato e rimpolpato da quella concretezza sensoriale di cui la cantautrice è madrina. 

La forza maggiore dell’album sta tutta nelle immagini e nelle micro-narrazioni. Quando una scrittura si mostra capace di alternare metafora storica e particolari domestici, allora crea tensione drammatica: si parla di ‘risurrezione’, vero, ma l’ambientazione in cui essa avviene è spesso una cucina, a volte una strada notturna, altre un corpo che si osserva minuziosamente allo specchio: Mille, così, evita l’autoreferenzialità inutilmente zuccherata e regala momenti di sincera identificazione. Nei vari pezzi del disco, la ricerca poetica è acutissima, ed è qui che il disco vince davvero: versi che lavorano di scalpello, assonanze non gratuite, piccoli scarti d’immagine che, nella loro quasi invisibilità, sanno comunque rimanere vivissimi. 

A livello sonoro, Risorgimento si muove su fronti multipli ma comunque equidistanti: chitarre taglienti, linee sintetiche che sfiorano l’elettronica pop, e momenti più spogli nei quali la voce rimane vera protagonista. In brani come Un maledettissimo posto migliore o Video hard la patina elettronica amplifica il carattere moderno e aggressivo; in altri, come Due di notte o Artiglieria pesante, la stessa galassia di suoni sembra anestetizzare l’urgenza.  

L’album osa cambi di registro repentini – dal parlato sussurrato al ritornello esplosivo –, dando all’ascoltatore stimoli impressionanti, ma questo richiede una raffinata gestione della tensione: è in questi bruschi cambi di tono che il disco sbandiera tutto il suo essere elitario, davvero accessibile solo a quei pochi che si dicono disposti a perdersi in questo potente vento musicale. È la sensibilità dell’arrangiamento che fa la differenza: quando la transizione è costruita su piccoli dettagli (come una cassa che cambia o evolve il timbro, o un’eco che all’improvviso si ritira), l’effetto è dei più eclatanti; l’apparente discontinuità narrativo-musicale che potrebbe colpire dopo questi bruschi salti di stile è il rischio che chi ascolta deve correre per farsi trascinare davvero. 

La voce è la bussola assoluta dell’intero brano, ne è il suo centro emotivo. C’è autenticità nell’interpretazione: nello scivolare dei pezzi, uno dopo l’altro, si ha la sensazione di un corpo vocale che racconta, che si muove, e che, di riflesso, fa muovere le nebulose interiori di chi sta sentendo. L’interpretazione di Mille, infatti, modula – e lo fa in una maniera tutta spettacolare – l’ironia e la ferita, la distanza e il coinvolgimento; e quando la timbrica, così massiccia eppure così presente, esplode in momenti ruvidi o in sospiri più fragili, l’effetto è dei più toccanti. Diremmo proprio che la vocalità ingombrante dell’artista corre in aiuto all’immediatezza emotiva, accompagnandola, e accompagnandoci. 

La sequenza delle tracce costruisce un arco, con picchi di intensità e declivi più introspettivi, più intimi. L’idea di iniziare con un’incisione breve e procedere verso brani più lunghi e più complessi a livello tematico è emblematica, poiché rispetta l’idea di rinascita come processo, e non come atto isolato. I momenti in cui la scrittura si dona a piccole epifanie – un verso che ricolloca una relazione, un’immagine che sposta il senso di una strofa – sono quelli che, più di altri, restano. I brani più infuocati conquistano per la loro capacità di unire melodia catturante e contenuto tagliente. I brani più intimisti funzionano per la produzione che si ritira e lascia emergere la parola. I pezzi che puntano tutto sull’effetto sono invece quelli che lasciano che la propria forza esploda. 

Ecco che, quando l’album si concede il lusso della sottrazione, vince; quando tenta la magniloquenza in modo frontale, rinforza la propria credibilità emozionale.

Insomma, in un mare di parole fragili, Mille erige il suo Risorgimento, un grido difficile sospeso tra le rovine della memoria e i fantasmi del desiderio; e mentre il tempo sembra spegnersi, il cuore resta inchiodato, bruciando lento nell’eco di ciò che siamo stati e in quello che, invece, mai avremo il coraggio di diventare. 

Tutti planiamo sul nostro oceano di lacerazioni e perturbazioni, sulle nostre macerie, sulle nostre polveri; ma proprio lì sotto si nasconde il coraggio e il diritto che abbiamo di risorgere, ogni giorno. E solo quando risorgiamo, allora, saremo qualcosa di nuovo e di mai percepito. 

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