Nel 1998 la capitale britannica funge da baricentro dell’Occidente. Alexander McQueen ha appena svelato il suo debutto alla guida di Givenchy. Tony Blair, eletto dodici mesi prima, annuncia una rotta inedita per la sinistra europea, più disinvolta e permissiva: è giovane, brillante, perfettamente inserito nel circuito mondano. Allestisce ricevimenti a cui partecipano Noel Gallagher e altre icone della Londra di fine decennio. È l’apogeo della Cool Britannia. Con Euro ’96 l’Inghilterra rientra nel grande palcoscenico del calcio continentale dopo le sciagure degli anni Ottanta. Gli stadi d’antan richiamano l’estetica raffinata del football delle origini, ma sono popolati da un pubblico operaio che adotta il casual: CP Company, Stone Island, Barbour. Il mercato comincia appena a infiltrarsi nel pallone e sui tabelloni di Highbury, Upton Park e Craven Cottage colossi globali come JVC o Nike si alternano a marchi domestici quali Yorkie o McEwan Lager. È un repertorio visivo immediatamente riconoscibile: i palloni Mitre, le divise Umbro, i vinili degli Elastica, le montature oversize e i pantaloni a zampa di Jarvis Cocker, Febbre a 90°, le polo Fred Perry e Ben Sherman, i parka color oliva, il videoclip di Cigarettes & Alcohol degli Oasis, il carnevale di Notting Hill, l’esultanza di Alan Shearer col braccio levato a Euro ’96, la Hooper’s Hooch, il Kangol Bucket. La Vespa, Geri Halliwell col bustier dell’Union Jack, Hugh Grant con le mani in tasca, la cover di Vanity Fair con Liam Gallagher e Patsy Kensit, Sarah Cracknell dei Saint Etienne che posa con la maglia dell’Irlanda, Richard Ashcroft che avanza a spallate sul marciapiede, l’intera filmografia di Robert Carlyle. Le due squadre cockney che più rappresentano questo periodo chic e mondano sono l’Arsenal e il Chelsea. Arsène Wenger comincia a importare all’Arsenal talenti dal continente: punte raffinate come Dennis Bergkamp e Thierry Henry, che paiono gentiluomini nella Premier League ruvida di quegli anni. Se l’Arsenal parla francese, il Chelsea ha un accento italiano. Gianluca Vialli ricopre al tempo stesso i ruoli di allenatore e centravanti di una squadra che schiera anche Roberto Di Matteo e Gianfranco Zola. Vialli è un capo carismatico e sofisticato, dal calcio intenso, adorato dal pubblico inglese ma dotato di un temperamento complesso e sfumato. Sorseggia champagne, veste sartoria italiana e coppole scozzesi in tweed di eccellente fattura. Si muove con naturalezza nel West End e tra i palazzi di Chelsea. A Cremona possiede una dimora che ricorda un castello.

Ma facciamo un passo indietro: nell’ottobre del 1995 è uscito un disco dal titolo (What’s the Story) Morning Glory? che ha, definitivamente, dato il via a tutte le storie di cui sopra. 

Ora andiamo un passo oltre. È sera, anzi notte fonda, negli ultimi giorni del 2025. Due ragazzi rientrano a casa in macchina, con qualche Guinness di troppo che scalda lo stomaco azzerando i pensieri. Fuori l’aria è tagliente, dentro l’abitacolo invece si suda. In sottofondo il mare e due voci sgraziate che calcano quella di Liam Gallagher. Per più di sette minuti il tempo si dilata. Le frasi senza un senso apparente, assoli che sembrano non finire mai, un ritornello enorme e immaginifico, luminoso, impossibile da decifrare fino in fondo. Il brano in questione è può essere solo uno, inevitabile: Champagne Supernova

Non siamo qui per ricostruirne la genesi o per spiegare perché sia una canzone così maledettamente perfetta. Siamo qui per restare dentro quell’auto, con quei due ragazzi, e osservare quello che succede mentre la canzone scorre. Perché in quei minuti non stanno solo cantando. Stanno rimpiangendo qualcosa che non hanno vissuto, ovvero un’epoca che conoscono per immagini, per i suoi suoni e i suoi racconti. È una nostalgia strana e indiretta, quasi rubata, ma che risulta potentissima. Il desiderio ostinato di essere stati altrove e in un altro tempo, quando tutto sembrava più reale, forse perché più sporco e quindi più vero. E mentre la voce di Liam si perde nel finale, i due ragazzi capiscono che quella mancanza, quella nostalgia, è ormai parte di loro. 

Quando si parla di nostalgia in relazione alla musica, e in particolare al culto che molti ragazzi di oggi nutrono per gli anni ’90, gli Oasis, il Britpop e la Cool Britannia,  bisogna partire da un punto scomodo ma che risulta essenziale: non si tratta di memoria, bensì di costruzione immaginaria. La nostalgia, per sua natura, non è mai neutra. È un sentimento che seleziona, filtrando e semplificando. Non restituisce un’epoca nella sua complessità storica e sociale, ma ne estrae alcuni simboli facilmente riconoscibili. Chitarre distorte ma melodiche, band fraterne e conflittuali, copertine iconiche, un’idea di giovinezza ribelle ma ancora leggibile. Gli anni ’90 britannici diventano così non solamente un periodo storico ben preciso e definito, ma, soprattutto, un mito culturale. Per molti ragazzi di oggi, quella stagione rappresenta ciò che il presente sembra non offrire più: un senso di appartenenza generazionale, l’illusione di una scena musicale compatta, la percezione che la musica potesse ancora “contare” e quindi definire un’identità orientando lo stile di vita. Sia chiaro, non è tanto il suono degli Oasis a essere desiderato, quanto il mondo che quel suono sembra implicare. Un mondo pre-social, pre-algoritmico, in cui l’accesso alla musica passava per riviste, negozi di dischi, concerti e passaparola. Un mondo percepito come più lento, più umano, più narrabile. Qui la nostalgia mostra il suo vero volto perché non riguarda il passato in sé, ma una critica indiretta al presente. L’idealizzazione degli anni ’90 nasce da un disagio contemporaneo. La frammentazione, la sovrapproduzione, identità fluide ma instabili, assenza di grandi racconti collettivi. Di fronte a questo, il britpop diventa una specie di rifugio simbolico. La semplicità delle chitarre, testi più diretti, pose riconoscibili. Tutto sembra più solido, più “vero”, anche se spesso non lo era affatto. 

C’è però una contraddizione inevitabile: rimpiangiamo un’epoca che non abbiamo mai vissuto.
Questo rende la nostalgia ancora più potente e, allo stesso tempo, più ingannevole. Non essendoci memoria personale, non c’è attrito con la realtà. Niente delusioni, niente zone d’ombra. Solo immaginario. La Cool Britannia diventa così una cartolina eterna, sospesa fuori dal tempo, pronta a essere riattivata ogni volta che il presente appare troppo incerto. Detto questo, liquidare il fenomeno come semplice passatismo sarebbe superficiale. La nostalgia musicale può essere anche un gesto attivo: un tentativo di ricostruire un senso di continuità, di riallacciarsi a una tradizione, di affermare che la musica non è solo consumo immediato ma anche eredità, linguaggio, identità. Il rischio, semmai, è fermarsi lì. Trasformare il mito in imitazione sterile. Quando la nostalgia smette di essere dialogo con il passato e diventa replica, allora non genera futuro. Produce solo cover band dell’anima. In definitiva, il sogno degli anni ’90 dice molto meno sugli Oasis e molto di più su chi li sogna oggi. È il sintomo di una generazione che cerca, attraverso la musica, un’idea di senso, di comunità e di durata. Non è una colpa. Ma è una domanda aperta: cosa manca, oggi, perché si senta ancora il bisogno di guardare così indietro?

L’estetica della working class è il cuore simbolico di tutta questa nostalgia. Ed è anche il punto in cui il mito degli anni ’90 diventa più ambiguo, ma anche più rivelatore. Con gli Oasis, e più in generale con una certa cultura brit, la working class smette di essere solo una condizione sociale e diventa un’estetica tanto riconoscibile da diventare, quasi, un marchio: parka, Adidas, sigarette, birra, linguaggio diretto, zero ironia intellettuale.

Un’immagine di maschilità ruvida, ostinata, orgogliosamente imperfetta. Non autentica in senso sociologico, ma credibile in senso narrativo. Negli anni ’90 quella estetica funzionava perché poggiava su un terreno reale. Manchester non era uno sfondo Instagram, era una città segnata dalla deindustrializzazione. Il risentimento, l’arroganza, l’autoaffermazione degli Oasis non erano pose isolate. Diventavano la risposta emotiva a una condizione concreta. La Cool Britannia ha fatto qualcosa di molto britannico prendendo quella rabbia e rendendola esportabile, cool e consumabile. Ma la scintilla nasceva comunque dal basso. Oggi, quando i ragazzi guardano a quella stagione, non stanno sognando la working class reale, con la sua precarietà e la sua durezza, la sua mancanza di mobilità sociale. Stanno sognando la sua versione estetizzata: la working class come stile, come linguaggio semplice e come identità chiara in un mondo confuso. Ed è qui che la nostalgia torna a mentire, ma lo fa per una ragione comprensibile. Oggigiorno, la classe non è più facilmente rappresentabile. È frammentata e spesso invisibile. Il lavoro è precario e intermittente. Il lavoro, oggi, è individualizzato. Non produce più immaginari forti. Non produce più band che possano dire “noi” senza sembrare ridicole o nostalgiche a loro volta. L’estetica inglese della working class degli anni ’90, invece, offriva un’illusione potente essendo tutto il contrario. Identità collettiva. Grammatica visiva iconica. Opposizione a prescindere (noi/loro). Per un ventenne di oggi, crescere con quell’immaginario non significa desiderare la povertà o la fatica, ma la possibilità di riconoscersi in qualcosa di netto. La giacca di Liam Gallagher non è nostalgia per la fabbrica, ma per una forma di appartenenza che oggi sembra evaporata.  

C’è anche un aspetto più scomodo, che però varrebbe la pena segnalare. Questa estetica porta con sé una mascolinità codificata, sicuramente frontale, ma spesso tossica. In un presente in cui i codici maschili sono in discussione, giustamente, quella figura diventa per alcuni un appiglio identitario e quindi una semplificazione rassicurante. Non perché sia migliore, ma perché è immediatamente decifrabile. Il paradosso è che la working class, oggi, esiste ancora, ma non ha più un suono o un volto mitico. Non fa dischi epocali, non detta mode. Sopravvive senza raccontarsi. La nostalgia per gli Oasis riempie questo vuoto. Prende un passato in cui la classe sembrava ancora narrabile e lo trasforma in simbolo eterno. In fondo, il legame tra nostalgia, musica e working class funziona così. Noi non rimpiangiamo ciò che c’era, ma ciò che sembrava possibile. L’idea che da una cameretta umida di Manchester si potesse ancora parlare al mondo, con tre accordi, un accento marcato e nessuna mediazione. Oggi quel sogno appare lontano. E proprio per questo continua a suonare così forte.

Quando Champagne Supernova finisce, i due ragazzi smettono di cantare e continuano a guidare. Non c’è nessuna rivelazione, non c’è nessun momento catartico. Resta solo la consapevolezza di aver abitato, per qualche minuto, un immaginario che non appartiene loro ma che sentono comunque necessario. Non stanno cercando di tornare negli anni ’90, né di appropriarsene davvero. Stanno usando quel passato come metro di paragone, come linguaggio condiviso per nominare ciò che oggi manca: un’idea di appartenenza, la sensazione che la musica potesse ancora tenere insieme le persone e dire qualcosa di netto sul mondo. La nostalgia, qui, non è fuga né rifugio. È uno strumento imperfetto ma funzionale per leggere il presente. E finché canzoni come questa continueranno a essere cantate da chi non le ha vissute, il mito degli anni ’90 non parlerà tanto di ciò che è stato, quanto di ciò che, evidentemente, non riusciamo più a costruire.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora