Si erano conosciuti in un bar di quartiere, un venerdì sera che sapeva di niente. Lei rideva con una voce piena, chiara, come se non avesse mai avuto paura di niente. Lui stava al bancone, con la solita birra, le mani in tasca e quella postura da uomo che non si aspetta niente di buono, ma che resta lì lo stesso.
Lei si chiamava Elisa. O forse no. Forse era uno di quei nomi che ti restano addosso solo per un po’, finché non li cancelli con un altro. Aveva viaggiato dappertutto: Berlino, Lisbona, Bangkok, qualche mese in Sudamerica. Diceva che ogni città aveva il suo odore, la sua luce. Lui, invece, non aveva mai superato i confini della sua città senza sentirsi fuori posto. Torino era la sua pelle, la sua lingua, la sua maledizione.

All’inizio sembravano due pianeti che si attraggono solo per lo scontro. Eppure, per qualche strana magia, si erano trovati.
Lei rideva dei suoi modi lenti, del fatto che non volesse mai prendere un aereo, che preferisse le domeniche di pioggia a casa a cucinare pasta e guardare lo sport in tv.
Lui la guardava con quella curiosità quasi infantile di chi non capisce come una persona possa essere così viva, così pronta a buttarsi ovunque, come se il mondo fosse un parco giochi e non una minaccia.

I primi mesi erano stati perfetti, in quel modo in cui la perfezione ha sempre una crepa. Lei era riuscita a fermarsi un po’, a concedersi la calma che non aveva mai avuto. Lui aveva provato a muoversi, a fare qualcosa di diverso, ad accompagnarla nei suoi piccoli viaggi, anche solo a Milano, o in Liguria per un weekend.
Aveva iniziato a scoprire che poteva respirare anche lontano dai suoi portici.
E lei, per un po’, aveva creduto che forse quella stanzialità potesse salvarla.

Poi era arrivato quel giorno di marzo, come arrivano sempre le cose che devono distruggerti. In modo silenzioso ed inevitabile.
Lei gli aveva detto che sentiva il bisogno di partire, di rimettersi in moto. Non c’era rabbia nella voce, solo una specie di verità stanca.
-Non ce la faccio più, – aveva detto. -Mi sento soffocare.
Lui aveva annuito. Non aveva risposto subito. Non sapeva come rispondere a una frase così.
Lei poi aveva aggiunto, quasi sottovoce:
-Vieni con me, se vuoi. O resta. Ma se resti, probabilmente finisce qui.

Lui aveva pensato a tutto: al bar sotto casa, alle colazioni lente, al tramonto sul fiume o visto dal Monte dei Cappuccini, al silenzio di certe sere invernali quando Torino sembra dormire sotto la sua nebbia. E aveva capito che non se ne sarebbe mai potuto andare davvero.
Non per paura, ma perché quello era il suo posto nel mondo.
E quindi entrò nel suo mutismo, quello selettivo, quello di chi vorrebbe dire tutto ma non sa da dove cominciare, e alla fine non dice niente. Restava seduto sul divano mentre lei camminava per casa, guardandola spostare le sue cose come se stesse già cancellando le tracce di sé. Lei parlava poco anche lei, non per rabbia ma per stanchezza, come se tra di loro si fosse esaurita la grammatica. Ogni parola sembrava fuori luogo, inutile, come una moneta sbagliata in un distributore rotto.

Facevano finta di niente.
Facevano colazione insieme, come sempre. Lei preparava il caffè, lui cercava le tazze nei posti sbagliati. Si sorridevano, ma era un sorriso di cortesia, quello che usi con gli sconosciuti in ascensore. Guardavano film che avevano già visto, mangiavano in silenzio, si accarezzavano per abitudine, come per ricordarsi che fino a poco tempo prima c’era qualcosa di vivo tra di loro. Ma l’amore non basta, non sempre, e di certo non quando uno deve muoversi e l’altro deve restare.

Avrebbe voluto chiederle di rimanere, ma sapeva che sarebbe stato egoista. Lei non era fatta per le mura, per i percorsi sempre uguali, per la polvere che si deposita sui mobili e sulle vite.
Avrebbe voluto lottare, ma non sapeva per cosa. Per tenerla? Per trattenerla? Per farla sentire libera dentro la sua prigione?
E allora taceva. La guardava fumare alla finestra, il profilo illuminato dalle luci della strada, i capelli che le cadevano davanti al viso. Ogni tanto lei lo sentiva guardarla e voltava gli occhi verso di lui, ma non diceva nulla. Un sorriso corto, poi di nuovo lo sguardo fuori.

In fondo lo sapevano entrambi che non c’era più niente da salvare. Non c’erano colpa o resa, non c’era neanche dramma. Solo la naturale conclusione di una storia che non poteva crescere in due direzioni opposte. Lei doveva andare, tornare ad essere ciò che era sempre stata: vento, movimento, distanza.
Lui doveva restare. Radice, inerzia, città.

E così non litigarono. Mai.
Non ci fu una rottura vera o parole cattive. Solo quella specie di abisso tranquillo che si apre tra due persone quando smettono di appartenersi al presente, ma continuano a farlo nel ricordo.
Un silenzio che non faceva rumore, ma pesava come tutto quello che non si è avuto il coraggio di dire.

Nei giorni che seguirono, la cosa prese una piega quasi comica, se non fosse stata così terribilmente vera.
Lei cominciò a preparare le sue valigie con la naturalezza di chi deve solo cambiare casa, non vita. Piegava con cura i vestiti, metteva via i libri che aveva sparso ovunque, molti erano suoi, altri li aveva adottati da lui. Ogni tanto si fermava, guardava un oggetto, un biglietto del treno, una cartolina appesa al frigorifero, e sorrideva con quell’aria da vabbè, è andata così.
Lui la osservava, divertito e distrutto. C’era qualcosa di ridicolo nel modo in cui entrambi fingevano di essere a posto, di gestire tutto con calma, come adulti civili, come se non fosse successo niente di serio. La loro, era una rottura che aveva la grazia dei piccoli gesti. Un bicchiere lavato e riposto, una camicia ripiegata male, un cuscino sistemato ma che, di lì a poco, sarebbe rimasto vuoto. Nessuna scenata, nessuna corsa, nessuna frase definitiva. Solo questo lento, dolce scivolare verso il nulla.
A volte parlavano, ma di cose stupide: la bolletta della luce, il gatto della vicina, il tempo che sembrava non passare. Tutto, tranne quello che contava davvero.
Era come se avessero firmato un patto silenzioso per non ferirsi più, per non dire niente che potesse far male. E nel tentativo di proteggersi a vicenda, finivano per non dirsi più niente di vero.

Una sera, mentre lei metteva via le scarpe, lui le disse:
-Non credevo potesse essere così facile lasciarsi.
Lei sorrise appena, senza voltarsi.
-Non è facile. È solo che lo sappiamo già.
E aveva ragione. Non c’era più niente da discutere, nessuna sorpresa, nessuna possibilità alternativa. Era come guardare un temporale arrivare da lontano e decidere di non aprire l’ombrello, tanto sai che ti bagnerai comunque.

Nonostante questo, si amavano. Cristo, quanto si amavano.
Era quello il paradosso. Si amavano nel modo più autentico e sbagliato possibile: con tutto il corpo, ma senza più un luogo dove stare. Lei gli aveva insegnato che il mondo non finiva a Porta Nuova, che c’era vita anche fuori dai portici, e lui le aveva mostrato cosa significa sentirsi a casa, anche solo per un momento.
Si erano amati fino a prosciugarsi. E ora che non restava più niente da dare, restava solo l’amore stesso, come una brace che continua a bruciare anche quando non serve più a scaldare nessuno.

Ogni gesto quotidiano era diventato una piccola rappresentazione, come se fossero diventati due attori stanchi che recitano la parte di una coppia normale. La mattina facevano colazione, ma invece di parlarsi contavano i secondi di silenzio. La sera guardavano un film, ma nessuno dei due seguiva davvero la trama. Lui aveva deciso di imprimersi nella memoria ogni dettaglio. La curva delle spalle, la frangia che le cadeva sugli occhi, il modo in cui si tirava su i capelli con un elastico che si lasciava sempre al polso.
Lei lo guardava e pensava che nessuno l’avesse mai amata così sinceramente, e che proprio per questo doveva andarsene, per non rovinare tutto, per non ridurre quella purezza a un’abitudine stanca.

Era una dolcezza assurda, quasi tenera, quella in cui si lasciavano andare.
Facevano finta che fosse tutto normale, come se fosse solo un periodo, come se ci sarebbe stato tempo per tornare a parlarsi, per aggiustare le cose. Ma nel fondo degli occhi di entrambi c’era quella verità ferma e stantia, che non si dice ma si conosce. In fin dei conti, si stavano dicendo addio, un addio certamente educato e disarmato, ma era un addio che faceva più male di mille litigate.

E così continuarono a muoversi uno accanto all’altra, come due pianeti che hanno smesso di orbitare sullo stesso asse ma che, per abitudine, continuano ancora per un po’ a girarsi intorno. Si sfioravano, senza guardarsi, e quel contatto era già troppo.
Era l’amore che si spegneva senza spegnersi, che restava lì, incastrato tra un respiro e un silenzio.

Lei partì una sera d’aprile. Non ci furono una scena da film all’aeroporto o corse pazze, non ci furono lacrime trattenute. Solo un abbraccio lungo, silenzioso, e poi lei che si allontanava col passo sicuro di chi sa dove deve andare.
Erano seduti al bancone del bar in cui si conobbero, solo loro nel locale. I baristi trafficavano nel retro. Lei aveva un calice di rosso francese, lui un Biancosarti.
Lei portava un paio di stivali col tacco alto, jeans scuri, una felpa nera col cappuccio, giubbotto di jeans nero, sciarpa pesante. I capelli biondi lunghi fino a metà schiena, mossi, scalati, la frangia che le cadeva gentile sulla fronte. Gli occhiali da sole a mo’ di cerchietto.
Lui si nascondeva nel suo solito trench beige.
Non parlavano. Si guardavano e basta. Sorrisi brevi, veri, come due persone che sanno tutto l’una dell’altra e non devono più spiegare niente. Sospiravano. Sapevano che quello era il loro addio, non c’era molto altro da dire.

Lei si alzò dallo sgabello, si avvicinò a lui. Gli diede un bacio sulla fronte e lo abbracciò forte.
Lui non se lo aspettava. Rimase lì, pietrificato, poi la strinse anche lui, più vigorosamente, come se potesse trattenerla ancora un po’. Si perse nel profumo di cocco dei suoi capelli, quel profumo che gli era rimasto nella memoria come una cicatrice buona.
Poi lei si staccò, piano, e gli sorrise.
Fece qualche passo verso la porta. Lui la seguiva con gli occhi, ipnotizzato dal suo modo di muoversi, dal ritmo flemmatico dei suoi fianchi, da quella grazia scomposta che aveva sempre avuto.

Un attimo prima di uscire, si voltò.
I capelli un po’ arruffati sul viso, la sciarpa nera che le copriva il collo, le ciocche che cadevano disordinate. Gli occhi lucidi, ma senza pianto.
Gli fece un piccolo gesto con la mano, un ciao appena accennato, e sorrise.

Poi aprì la porta e uscì.
Fu un movimento lento, quasi a rallentatore, come se anche il tempo volesse trattenerla.
Lui la guardò andare via, così, com’era entrata nella sua vita. Senza chiedere permesso, ma lasciando tutto sottosopra.

Bevve d’un fiato il suo aperitivo dolce, guardò l’ora sull’orologio, poi poggiò la testa sul bancone, sconsolato.
Fuori la città continuava a vivere, a respirare, a ignorarlo.
Dentro, invece, era rimasto solo un silenzio enorme. Non pensò a cosa avrebbe potuto dire o fare. Non si disse che era giusto o sbagliato. Semplicemente rimase lì, svuotato, arreso. A sé stesso, alla sua vita, a Torino.

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