di Joachim Trier2025

Disponibile al cinema

A cura di Alessandra Villa

Joachim Trier riesce a trasformare l’irrisolto dentro di noi in qualcosa di meraviglioso. Esplora il dolore, il vuoto in modo così delicato e profondo che porta al crollo emotivo. Sentimental Value è un film che apre porte sul peso del passato, sulle relazioni familiari, sui legami ai luoghi e agli oggetti della vita.

E’  fatto di silenzi, dove sono le parti non parlate quelle che racchiudono i significati più grandi. Viene messo a nudo quel dolore che non si riesce a raccontare ma c’è, è quello che porta creatività e desiderio e insieme è uno scoglio insuperabile da affrontare. La protagonista vera di questo film è la casa di Oslo, unica in un piccolo parco,  tutta di legno con uno stile a metà tra il Giappone e il Nord Europa, dove la famiglia dei protagonisti è vissuta da oltre un secolo, alternando storie, epoche e generazioni.

La vita che abita la casa è quella della famiglia Borg. Gustav Borg è un regista affermato a fine carriera che vuole realizzare un ultimo film, scritto appositamente per la figlia Nora, attrice teatrale che soffre di ansia e depressione e Agnes, sorella più piccola, che lavora come archivista storica. Nella vita delle sue sorelle il cinema e i film del padre esistono da sempre, anche se i genitori hanno divorziato da molto tempo interrompendo quasi ogni rapporto. Ed è proprio il funerale della madre, psicoterapeuta che aveva il suo piccolo studio nella casa, l’occasione per aprire il dialogo tra padre e figlie. Da qui la costruzione della storia avviene in maniera silenziosa ma costante, dove ogni singolo fotogramma fa desiderare di essere in Norvegia, all’inizio della primavera. La colonna sonora accompagna sapientemente le scene, le inquadrature si soffermano il giusto sui personaggi.                              Ma si sa, Joachim Trier è un regista che trasforma elementi insignificanti in attimi pieni di significato: e per me le scene più belle sono quelle in cui il protagonista è il respiro. Il respiro della casa, del vento che ne attraversa le foglie, il suono delle voci che riecheggiano tra i piani attraverso la stufa, il respiro affannato della piccola Agnes che salta sul treno in corsa nell’ultima scena del film del padre, il respiro al limite della tragedia di Nora, alla fine. Aiutano a percepire la materia viva dei corpi e il flusso dei pensieri nel silenzio.  Si sente che la vita è lì, che è tutto lì.  Il nostro essere umani si costruisce così tanto sul non detto che quando te lo trovi di fronte rimani spiazzato. 

Sentimental Value ti illude di poter provare lo stesso, alzandoti dalla sedia del cinema con la sensazione di avere un peso enorme dentro capace di mettere in discussione l’interiorità che credevamo di conoscere e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Insegna che può esserci ancora un’alternativa allo storytelling incalzante e “finito” dei blockbuster, per affermare come sia importante tornare a raccontare storie di persone vere. Così come in La persona peggiore del mondo, Renate Reinsve torna a essere la protagonista femminile, confermandosi musa del regista e interprete ideale per incarnare al meglio quel cinema intimista e profondamente norvegese di cui Joachim Trier è ormai maestro indiscusso.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora