Mentre era sdraiato a letto, in dormiveglia, guardava il ventilatore di fronte a lui. Lei gli accarezza la schiena nuda. Sentiva, e adorava, quello scorrere lento delle dita calde. L’aria gli arrivava addosso in maniera gentile. Il traffico, fuori, impazziva. Per un attimo, non sa come e perché, gli sembrò di essere al mare. Al tramonto. Quando si alza quella brezza leggera, fresca. Quella che, a momenti, fa venire brividi di freddo. I rumori delle macchine gli ricordavano quelli delle onde, quel lento scrosciare di andare e tornare. E, per un attimo, si è trasportato lì. In spiaggia, sotto un ombrellone bianco, col sole che stava andando ad adagiarsi e con quella ragazza che sentiva di non aver mai amato così tanto come in questo momento.
Che poi, si chiedeva, perché proprio il mare. Forse a causa del caldo, della voglia di rinfrescarsi. Per lui, il mare, era un’idea borghese. Non si riferiva alle spiagge libere, alle giornate arrabattate con gli amici in qualche modo. Si riferiva alla candidezza, a quella bianchezza così immacolata, degli stabilimenti. Delle spiagge troppo pulite, con quella sabbia troppo fine. Dei dehor, delle costruzioni a baldacchino, dei lettini rinforzati per essere ancora più morbidi. Forse lui invidiava tutto ciò. Forse, lui, bramava, un giorno, questa borghesia. Forse avrebbe voluto trovarsi sotto uno di quegli ombrelloni, steso su uno di quei lettini matrimoniali a farsi massaggiare la schiena. Poi alzarsi, andare al bar e offrire un aperitivo a base di crudi di pesce alla sua fidanzata. Guardarla, con la luce che la illuminava e il vento che le scompigliava i capelli, mentre beveva un calice di Vermentino ghiacciato.
E allora capiva di odiare se stesso perché questo pensiero, questo stupido, volgare, meraviglioso pensiero, lo attraversava con la stessa dolcezza con cui le dita di lei gli percorrevano la colonna vertebrale, e lui non riusciva a scacciarlo, non riusciva a farlo a pezzi con la stessa ferocia ideologica che aveva affilato negli anni, nei pomeriggi di discussione nei centri sociali, nelle serate a bere birra economica e parlare di capitale e sfruttamento e classe, no, non riusciva perché il pensiero era lì, cocciuto e splendente come una moneta nuova, e lui lo teneva nel palmo della mente con quella vergogna tenera di chi stringe qualcosa che sa di non meritare. Il Vermentino. I crudi di pesce. L’ombrellone bianco. Lei con i capelli liberi nel vento. Cose da altri, cose da gente che non aveva mai dovuto calcolare se poteva permettersi il gasolio e la spesa nella stessa settimana, cose da gente che usava certi verbi, soggiornare, assaporare, godere, senza alcuna ironia, con quella naturalezza nauseante dei privilegiati che non sanno di esserlo perché il privilegio, per loro, è semplicemente la realtà, il normale ordine delle cose, e invece per lui era fantascienza, era un film di cui conosceva la trama ma in cui non avrebbe mai recitato.
Eppure. Eppure c’era lei, e lei cambiava tutto, o almeno, e qui stava il nodo, il garbuglio che non riusciva a sciogliere, lei faceva sì che lui volesse cambiare tutto, che sentisse per la prima volta nella vita che l’ideologia poteva fare a meno di lui molto meglio di quanto lui potesse fare a meno di lei, e questo lo spaventava in un modo che non aveva nome. Un modo che assomigliava alla vertigine ma era più caldo, più carnale, più legato al corpo e ai sensi che alla testa. Lei continuava ad accarezzarlo, lenta, distratta, forse stava già scivolando verso il sonno, e lui sentiva quella mano come una domanda silenziosa a cui non sapeva rispondere. Cosa sei disposto a diventare, cosa sei disposto a tradire, dove finisce la coerenza e dove comincia la paura travestita da principio. Perché lui era cresciuto con l’idea che la borghesia fosse il nemico, e lo credeva ancora, ci credeva davvero, non era una posa, non era l’adolescenziale ribellione di chi si veste di nero per far dispetto ai genitori, i suoi genitori non avevano mai posseduto niente da far dispetto, era una convinzione viscerale, sedimentata nelle ossa, costruita mattone su mattone da una vita intera trascorsa dalla parte sbagliata del conto, sempre in rosso, sempre a rincorrere, sempre a guardare da fuori le vetrine illuminate.
Ma adesso c’era lei. E lei meritava il Vermentino. Lei meritava la sabbia troppo fine e il lettino rinforzato e i crudi di pesce serviti su un vassoio di ardesia con qualche goccia di limone e un ciuffo di aneto. Lui lo sapeva con una certezza che lo umiliava, perché era una certezza del corpo, non della mente, non era un ragionamento, era qualcosa che sentiva nello stomaco quando la guardava ridere, in quell’appartamento piccolo e caldo, con le mura che assorbivano l’afa estiva e il ventilatore che faceva quel rumore sordo e costante come un respiro artificiale. Lei meritava spazio, meritava luce, meritava qualcuno che la portasse via da tutto questo e glielo mostrasse, il mondo, il mare, le cose belle e costose e inutili che rendono la vita meno amara. E lui non era quel qualcuno. Non ancora. Forse mai. E questa distanza tra ciò che voleva essere per lei e ciò che era, questa distanza senza ponte, senza scala, senza nemmeno un appiglio, lo consumava con una lentezza che assomigliava alla vergogna.
Perché la vergogna c’era, eccome se c’era, e non era la vergogna di sognare la borghesia, quella era sopportabile, era quasi comica, quasi tenera, quasi il tipo di contraddizione che si racconta ridendo agli amici davanti a una birra, no, la vergogna vera, quella che bruciava, era un’altra. Era la vergogna di aver capito che l’amava abbastanza da voler diventare qualcuno di diverso, di voler tradire tutta la sua storia, tutte le sue battaglie, tutti i bei discorsi sulla lotta di classe e sull’alienazione, pur di vederla felice sotto un ombrellone bianco con un calice in mano. E questo tradimento non aveva niente di eroico. Non era il tradimento dei grandi romanzi, il tradimento che nasce dalla passione e si redime nella tragedia. Era il tradimento piccolo, quotidiano, borghese lui stesso nel suo essere borghese, di chi si sveglia una mattina e scopre che preferirebbe un mutuo a vent’anni a un’altra stagione di affitti in ritardo e bollette contate.
Il ventilatore girava. Lei respirava, adesso, con quel ritmo lento che annunciava il sonno, e la sua mano si era fermata tra le scapole, ferma e pesante come una promessa. Lui continuava a fissare le pale che giravano nella semioscurità della stanza, e pensava, con quella lucidità malinconica che arriva solo nelle notti d’estate, quando il caldo elimina ogni difesa, pensava che, sì, forse non esisteva nessuna contraddizione, in fondo. Forse il punto non era scegliere tra chi era e chi avrebbe voluto essere. Forse il punto era molto più semplice e molto più difficile: era lei. Era che lei era reale e il resto erano concetti, e i concetti, per quanta vita ci avesse costruito intorno, non ti accarezzano la schiena nella notte più calda dell’anno. Non fanno quel rumore di respiro nel buio. Non pesano su di te con quella meravigliosa, insostenibile leggerezza di un corpo che dorme e si fida.
Fuori, il traffico cominciava a diradarsi. Qualcuno suonò un clacson, una sola volta, secca, senza risposta. Il ventilatore girava. E lui, in quel dormiveglia che sapeva di salsedine e rimpianto e amore, si promise che avrebbe trovato un modo. Non sapeva quale. Non sapeva se ne avesse la forza o il coraggio o la volontà. Ma si promise che un giorno l’avrebbe portata al mare, al suo mare, al mare pulito e bianco e borghese che lui aveva odiato per tutta la vita, e le avrebbe offerto quel calice di Vermentino ghiacciato, e l’avrebbe guardata berlo, con la luce del tramonto che la illuminava e il vento che le scompigliava i capelli, e si sarebbe vergognato un poco, di sé, della sua resa, della sua felicità, e poi avrebbe smesso di vergognarsi. Forse. O forse no. Ma almeno ci sarebbe stato il vento, e lei, e il vino freddo che sa di sale e di estate, e questo, per adesso, gli sembrava abbastanza.


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