Ogni volta che è triste pensa al Toro.

All’inizio non riuscivo a capirlo. Non perché non mi piaccia il calcio, ma perché, quando uno cerca conforto, il Torino non è esattamente la prima cosa che gli viene in mente.

Quando sei triste, di solito scegli qualcosa che ti faccia stare meglio.

Lui sceglie una squadra che, negli anni, gli ha insegnato soprattutto la pazienza. Che forse è il vero nome dell’amore: continuare a scegliere qualcosa anche quando non promette niente. Anche quando non c’è nessuna garanzia e non c’è niente da esibire.

Ed è proprio per questo che mi piace. Perché lui ha sempre avuto un rapporto speciale con le cose imperfette, quelle che non sono mai la scelta più semplice. 

La sua vita è piena di momenti che, per chiunque altro, avrebbero una data precisa, come il primo bacio, per lui hanno una partita.

Per settimane ho pensato fosse il modo più assurdo possibile di ricordarsi un momento romantico. Poi ho capito che non stava sostituendo una data con una partita. Stava facendo il contrario: aveva nascosto una partita dentro un ricordo felice.

Perché lui funziona così: mette le cose importanti dentro le cose che ama.

Io, invece, per molto tempo ho avuto il problema opposto.Non riuscivo a trovare il mio posto nelle cose.

Mi sentivo sempre leggermente fuori luogo.

Fuori luogo. Ecco, sì. Decisamente fuori luogo.

Come quelle volte in cui vado a fare la spesa e decido di non prendere il carrello perché so già come andrà a finire: ogni volta si trasforma in una gara clandestina tra corsie a cui non ho alcuna voglia di partecipare. Così mi ritrovo in fila alla cassa con una specie di Torre di Babele tra le braccia: detersivo, pasta, yogurt, carta igienica. Un equilibrio talmente instabile che basterebbe un respiro leggermente più forte per mandare tutto a puttane. Davanti a me, immancabilmente, c’è qualcuno che ha deciso di fare la spesa come se dovesse sopravvivere a un assedio e guarda con un misto di pena e preoccupazione. Io penso soltanto che, se mi cade il detersivo, mi metto a piangere.

Perché è così che mi sento spesso: sempre leggermente spostata rispetto a dove dovrei stare. Come se fossi entrata in scena con qualche battuta d’anticipo o di ritardo. Mai abbastanza fuori da farmi notare, ma abbastanza da accorgermene io.

La prima volta in cui non ho avuto questa sensazione è stata quando sono andata a casa sua.

Pensavo di entrare nella casa di un tifoso. Mi immaginavo sciarpe, bandiere, fotografie, qualche cimelio da venerare in salotto.

Invece il Toro era ovunque senza stare da nessuna parte.

C’era in un vecchio biglietto lasciato dentro un libro. In una tazza sbeccata che si rifiutava di buttare. In una fotografia spiegazzata. In una maglietta che non gli stava più e che, per qualche motivo, continuava a occupare un posto preciso nel suo armadio.

Sembrava che non conservasse gli oggetti perché parlavano del Toro ma lo facesse perché parlavano di lui, della sua vita.

Lui non usa il calcio per scappare dalla realtà, tutt’altro. Ogni partita era diventata un modo per ricordare le persone, i giorni, le versioni di sé che era stato.

Lui prende le cose e gli dà un posto.

Io avevo passato una vita a cercarne uno.

E senza accorgersene l’aveva dato anche a me.

Allora ho smesso di chiedermi perché, quando è triste, pensi al Toro.

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